Ripensare l’umano tra pluralità e mito: intervista a Giorgina Pi

Venerdì 4 giugno gli spazi cinquecenteschi di Villa Salina ospitano Tiresias, spettacolo di Giorgina Pi – regista, attivista, videomaker, femminista – e del collettivo Bluemotion nato in seno all’esperienza militante dell’Angelo Mai, spazio autogestito a Roma. Epica Festival dedica tre appuntamenti a questo progetto ispirato a Hold your own / Resta te stessa, testo del poeta, rapper e performer britannico Kae Tempest che ad agosto 2020 ha annunciato sulla sua pagina Instagram la decisione cambiare nome da Kate a Kae e di abbracciare un tipo di identità non binaria. Il gruppo romano aveva già dedicato nel 2019 uno spettacolo ai lavori di Tempest, Wasted.

Tiresias non è il vostro primo lavoro sull’immaginario di Kae Tempest. Sulle stesse tematiche (rivendicazione di un’identità inclusiva, aspra critica nei confronti delle società sature di pregiudizi) nel mondo della slam poetry o della poesia tout court ci sono tante altre autrici – pensiamo a voci dissidenti come quella di Sylvia Plath, Margaret Atwood, Adrienne Rich quindi perché proprio Kae Tempest?

«Per fortuna il mondo è sempre colmo di bellezza, di opere artistiche potenti. Si sceglie un artista e non un altro perché esistono veri e propri innamoramenti. Inizialmente l’incontro con Kae Tempest è stato casuale: ero in libreria quando ho notato questo nome così evocativo. Il libro in questione era Che mangino caos (2016), libretto di testi di un disco che mi ha fatto appassionare alla scrittura di Tempest, ma solo in un secondo momento ho iniziato a entrare nei meandri più immaginifici del suo fare arte e ho sentito delle forti risonanze, sia rispetto alle sue opere più prettamente teatrali che alle opere poetiche, per quanto sia difficile fare una distinzione tra questi due linguaggi nella sua scrittura. Tutte le sue opere sono performative o perlomeno – come Tempest stessa afferma all’inizio di Antichi nuovi di zecca (2013) – nascono per essere lette ad alta voce. Possiedono quindi una materialità che ha a che vedere con un confronto dal vivo, cosa che non sempre accade in poesia.
Il magnetismo e la fascinazione che la figura di Tempest ha suscitato in me si sviluppa anche a partire dal suo far coesistere tradizioni diverse: nella sua scrittura c’è la storia del rap, il Wu-Tang Clan, Jung, Sofocle, il rock e tutta una biografia che non vuole essere solitaria ed egoriferita, bensì biografia di molti e molte di noi costretti a vivere un’adolescenza con pochissime speranze ma con grande energia e con uno spiccato senso critico rispetto a ciò che accade intorno. Tale senso critico è legato alle ingiustizie del capitalismo e alle pretese che questo attua sui nostri corpi, in particolare su quello di noi donne, oltre alle rimozioni causate da un pensiero binario non solo inteso come dicotomia maschile-femminile. Mi riferisco a un pensiero fondato sulla dialettica del sì e del no, che non prevede mai l’ammissione della fragilità, del fallimento, delle zone liminali».

Ci troviamo all’interno di un festival che ha scelto di chiamarsi “Epica”, rivendicando quindi in un certo senso il valore dell’antico e il suo riverberare fino a noi, ma anche proponendo sguardi e scenari alternativi attraverso la finzione. A che cosa ci può servire la finzione in un momento storico come questo?

«Per me, rimanendo nell’ambito dell’epica, la sintesi più alta della finzione è il mito, inteso come zona di possibilità illimitate. Il mito contiene da sempre questioni inaccettabili, non conformi e trasformative. È uno spazio in cui si sorpassa il confine stabilito tra bene e male, e la finzione che prende vita nella forma del mito è prima di tutto un’occasione per inventare storie che contengano i nuclei fondativi del mito, smarcandosi da semplici riscritture canoniche. Credo molto nella definizione di mito proposta da Paul Ricoeur, ovvero che l’importanza del mito stia nel suo posizionamento unico in un luogo d’incontro tra utopia e ideologia – se l’utopia prevarica ci troviamo di fronte a un eccesso che rende il mito debole e la realtà illeggibile o fraintesa. Secondo un procedimento analogo, se l’ideologia prevarica il mito diventa un punto magico – uso l’aggettivo “magico” perché penso che all’interno della finzione e dell’arte ci siano intuizioni che attingono da saperi molto più profondi, spesso inconsci, ma che in qualche modo riusciamo a far emergere in superficie».

Verso la fine di Hold your Own – poesia che Kae Tempest aveva performato anche a Glastonbury nel 2015 e contenuta nell’album The Book of Traps and Lessons (2019) – ci sono questi versi: “Hold their face in your palms like a prayer / Hold them all night, feel them hold back / Don’t hold back / Hold your own”. Fanno pensare al rapporto con l’Altro spesso indagato nella sua poesia e al ruolo degli altri nelle nostre vite. Kae celebra l’amore, prima di tutto quello verso se stessi, assieme all’importanza di rimanere fedeli a noi stessi. Dopo un anno in cui gli altri ci sono venuti a mancare generando una catena di sofferenze, solitudini, insicurezze, come il teatro può insegnare a vedere l’Altro in modi differenti?

«Tempest ha di recente deciso di adottare il plurale per autodefinirsi, pratica identitaria esemplificativa del fatto che, anche se continuiamo a scegliere il singolare, ognuno di noi si porta dentro numerose presenze, spesso ignorate. Perciò credo che la solitudine a cui la pandemia ci ha costretti possa diventare una preziosa fase interlocutoria per incontrare parti di noi che altrimenti non avremmo il tempo di ascoltare. Abbiamo iniziato a lavorare sullo spettacolo Tiresias a febbraio 2020, poco prima del lockdown, e l’interesse verso questo mito è stato alimentato dalla molteplicità dei personaggi, da quelli più fragili a quelli più vitali, permettendoci di riflettere su quel sentimento di pluralità che noi viviamo come pratica quotidiana in quanto collettivo artistico. L’anno appena trascorso ci ha insegnato quanto sia importante appartenere consapevolmente a una comunità in grado di proteggerti, come il teatro dovrebbe essere un luogo attraversabile sempre, oltre il tempo limitato dello spettacolo, divenendo così crocevia di incontri e luogo di cittadinanza attiva».

Il mito è in grado di veicolare possibilità di resistenza e militanza grazie alla ritualità del teatro. L’identità polimorfica di Tiresia intriga tanto più se narrata in Hold your own / Resta te stessa. Come conservare questa pluralità rimanendo fedeli a stessi?

«Il teatro può essere un luogo meraviglioso, ma può anche essere molto borghese e conforme alla norma. Il nodo di queste riflessioni sta in che cosa si intende per “umano”, la cui definizione è una categorizzazione che ci porta erroneamente ad abbracciare una visione antropocentrica del mondo, ignorando che l’essere umano eteronormato potrebbe non essere il punto di vista più importante sul pianeta. Tempest recupera la tradizione mitologica di Tiresia come dispositivo per raccontare la propria biografia, evitando forme ridondanti e narcisistiche, e sceglie la storia di Tiresia perché riconosce in quel corpo che vive in maniera non conforme una possibilità di cambiamento per tutti, per ripensare “l’umano”.
Le rivoluzioni passano sempre attraverso cambiamenti linguistici. Il termine in questione andrebbe quindi scardinato per permettere ad altre “categorie” di esseri viventi di riappropriarsi della propria differenza e intenderla come sinonimo di ricchezza, non di marginalità. Donna Haraway dice che noi donne non siamo mai state umane, intendendo con questo che le donne sono sempre state escluse dal concetto di umano perché così voleva la visione maschile del potere. Ecco, potremmo prendere spunto da questa presa di coscienza».

“Siamo sempre soggetti in divenire, SEMPRE sul punto di diventare altro”. Citate Rosi Braidotti nella presentazione di Tiresias. Quali pensatrici del femminismo contemporaneo hanno esercitato fascino e influenza sul vostro lavoro? Quanto l’approccio intersezionale è determinante nella costruzione di un vostro spettacolo?

«Non riesco a capire come, soprattutto in quanto donne, si possa non avere un pensiero intersezionale. L’approccio intersezionale è alla base del nostro pensiero politico. Tra le letture che più influenzano il nostro processo creativo c’è sicuramente Rosi Braidotti, nota per le sue riflessioni sul soggetto nomade, che riesce a mantenere una stretta connessione con il femminismo della differenza, a cui sono molto legata. Un altro caposaldo per me è Carla Lonzi: il suo Soggetto imprevisto è a mio parere la quintessenza dell’intersezionalità, oltre che una sana terapia contro il narcisismo. Amo immensamente anche Hélène Cixous – con la sua scrittura che è sogno e inconscio, elementi che la politica e il teatro non dovrebbero mai dimenticare».

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