Fireflies. Intervista a Paolo Cortesi

La mostra fotografica di Paolo Cortesi – visitabile a Villa Salina fino a venerdì 4 giugno nell’ambito di Epica Festival – presenta attraverso il suo sguardo personalissimo il progetto Le Stagioni Invisibili – Ciclo coreografico infinito del coreografo romano Fabrizio Favale e della compagnia Le Supplici. Il titolo rievoca e si appropria della natura immaginifica de Le città invisibili di Italo Calvino, volendo con questo stabilire un dialogo tra la morfologia dei luoghi delle performance e le pratiche coreografiche. In questo caso il pubblico non sarà solo spettatore, ma parte integrante di una mappatura mobile di quel “terzo paesaggio” raccontato da Gilles Clément nel suo Manifesto e che trova espressione negli otto luoghi scelti da Agorà dell’Unione Reno Galliera.

Come sei approdato al mondo dell’arte performativa dai tuoi inizi come fotografo naturalistico?

«La pratica fotografica è arrivata come conseguenza spontanea della mia passione per il birdwatching. Passare dal binocolo alla macchina fotografica è stato istintivo. Ho pubblicato il primo libro nel 1999, poi altri sei con Minerva Edizioni, ma la fotografia è solo parte della mia attività, poiché sono anche illustratore e designer industriale. Cerco di avere più competenze, e una cosa aiuta e influenza l’altra. L’esperienza della fotografia naturalistica è durata una trentina di anni e il vero grosso cambiamento è arrivato a causa di un problema familiare, che mi ha portato a non fotografare più per un anno. Passato questo periodo ho frequentato dei corsi di reportage e fotogiornalismo a Bologna presso lo Schulte Institute; poi nel 2014 ho cominciato a seguire la compagnia di teatro integrato del Magnifico Teatrino Errante composta in parte da disabili e da allora mi sono legato a questa realtà e continuo tuttora a lavorare con loro. In seguito mi sono appassionato di street photography e di ritratto per poi iniziare a collaborare con Elena di Gioia e Agorà nel 2017 al fine di documentare la ricorrenza dei centodieci anni del Teatro di Castello d’Argile. Anche se oggi collaboro con queste realtà, la fotografia naturalistica mi è servita a mantenere uno sguardo aperto e dinamico anche quando lavoro in spazi come i teatri, in cui osservare da più angolazioni non è sempre facile».

Come è nato il tuo incontro con la compagnia Le Supplici? Quali sono state le principali differenze con le tue precedenti collaborazioni?

«È stata Elena a introdurmi al mondo della danza contemporanea e in particolare a quella di Fabrizio Favale, con il quale sono stato a contatto per due anni per la realizzazione di Fireflies. Si tratta di coreografie nomadi inserite in paesaggi sempre differenti per restituire le impressioni delle quattro stagioni in una mescolanza di musica e figurazioni esposte ai sussulti meteorologici. La differenza rispetto agli spettacoli che fotografo a teatro è la libertà di muovermi attorno agli attori/danzatori, di sperimentare varie angolazioni. Ciò che amo seguire di più sono senza dubbio le prove – cerco di essere sul luogo dello spettacolo almeno due ore prima perché si ha molto più gioco e si può sperimentare di più rispetto a quando è presente il pubblico.
Per questo progetto mi è stata data carta bianca, quindi ho seguito il pubblico e i danzatori in questo itinerario immaginato da Fabrizio Favale come una sorta di via crucis, sentendomi libero di avvicinarmi ai movimenti dei danzatori e di catturare gesti che altrimenti sarebbero rimasti nascosti al pubblico che nel frattempo si spostava da un luogo all’altro, come a disegnare una sorta di mappa della “terra di mezzo”».

Tu sei originario di questi territori e il focus del progetto è proprio il legame tra luoghi naturali e la presenza dell’uomo, oltre alla ricerca di un sostrato arcaico da portare in superficie. Che cosa è stato tenuto in considerazione per la scelta degli spazi per le coreografie?

«Il primo appuntamento è stato pensato per l’oasi naturalistica La Rizza, un’area di recupero ecologico dove in verità nulla rimanda all’idea di arcaico, mentre il secondo spettacolo è stato all’impianto di Concave a Trebbo di Reno, quindi un paesaggio industriale per il quale Favale ha voluto dei costumi che fossero spiccatamente “tribali” al fine di creare un contrasto importante tra ritualità antiche e resti urbani. Per quanto riguarda le fotografie fatte allo storico impianto idrovoro di Bagnetto, è stato interessante non solo per la storia stessa del luogo ma anche per l’utilizzo da parte dei danzatori degli spazi all’interno dell’impianto. L’elemento di collegamento fra lo spettacolo e il territorio non è stato quindi motivato dalla storia intrinseca di ogni luogo – è stato scelto quel luogo in particolare per le caratteristiche morfologiche e per ciò che queste suscitavano a livello creativo.
Ogni coreografia creava una risonanza rispetto al luogo che la ospitava: per esempio, per la performance al campo d’aviazione, Fabrizio Favale ha scelto dei costumi che ricordassero le tute degli astronauti, quasi una pratica di mimetismo naturalistico; invece sulla cima della discarica il coreografo ha immaginato i danzatori come libellule, vestendoli solo di un velo leggerissimo di tessuto indaco. Con questi cicli di performance la compagnia non ha voluto dare spazio solo alle gestualità rituali dei danzatori, ma attraverso di esse restituire un’eco viva di un paesaggio spesso considerato marginale come quello dell’area metropolitana di Bologna, in un rapporto tra umano e natura in continua alternanza di osmosi e contrapposizioni».

Alcuni scatti dalla mostra Fireflies

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