“Tiresias”, un viaggio nel mare della nostra complessità

When everything is fluid,
nothing can be known with any certainty.

– Kae Tempest, Hold your own

Le parole di Kae Tempest racchiuse in Hold your own / Resta te stessa prendono vita nello spettacolo Tiresias del collettivo Bluemotion, con la regia di Giorgina Pi e incarnate nella figura catartica dell’attore Gabriele Portoghese nel corso di Epica Festival. Sembra di essere entrati in una dimensione altra, che non ammette definizioni spazio-temporali precise: è il momento di osservare l’interno di un vortice di sentimenti conturbanti. Si è completamente immersi in un marasma di sensazioni che si avvicendano inesorabili: la narrazione prosegue nel flusso di fragilità che si susseguono e di identità controverse, senza ammettere spiegazioni univoche.

Tiresia è un veggente, è un indovino cieco. Quando perde la capacità di vedere ciò che lo circonda, inizia a leggere al di là di ogni tempo. Tiresia sa tutto e riesce a osservare oltre ogni concretezza del visibile. Un giorno vede due serpenti accoppiati e colpisce la femmina, incredibilmente viene investito della sua sessualità e diviene donna. Con la stessa modalità, anni dopo uccide il serpente maschio e si trasforma nuovamente in uomo, segnato dalla fluidità delle sue trasformazioni continue. Tiresia è una creatura continuamente imprevista, aborrisce la formalità del proprio essere, con estrema e delicata fragilità si rompe ed è sempre altro, oltre ogni preconcetto. È un’entità composta da più della somma delle sue singole parti, porta con sé un insieme di passati che maturano nel suo presente in un unico calderone che ribolle e che lo rende incredibilmente vivo. Tiresia nel corso dello spettacolo diviene l’emblema di un rituale che si consuma all’interno di un parco di periferia, che muta improvvisamente in un altare, in un bosco sacro testimone di una trasformazione che esplode e che non si può arrestare: è il richiamo della natura. Il destino di Tiresia, stretto come una benda su una ferita, gli si incolla addosso: coincide con il conflitto tra tutto ciò che sgorga dai gonfiori e dalle cavità che si aprono nel suo corpo per fare spazio, inevitabilmente, alla fluidità delle sue essenze, e tutto ciò che trattiene soffrendo.

L’intera rappresentazione è avvolta in un buio vellutato che ci protegge dall’incredibile quantità di emozioni contrastanti e schiaffeggianti che provengono dal palcoscenico. Le identità di Tiresia, i suoi tormenti, la complessità del suo essere chimerico si percepiscono come lame taglienti che smuovono parti di noi, alcune delle quali sembrano essere state dimenticate e che invece sentiamo riemergere con vigore. Affiora in noi la consapevolezza che dopo ogni evoluzione siamo sempre altro, condotti oltre le nostre percezioni. Le trasformazioni che ci avviluppano ci conducono a seguire un flusso d’acqua che straborda al di là di ogni limite e di ogni confine definito. La nostra mente è affollata da un mare in tempesta che travolge ogni pensiero e scavalca ogni ostacolo, si insinua in ogni fenditura e demolisce ogni fragile costruzione. Nel maremoto impetuoso della mente, si riescono a udire urla soffocate ed echi di voci lontane che esclamano all’unisono: quante vite si susseguono in una vita intera? Quanti noi si trasfigurano per giungere alla nostra vera essenza?

Altri articoli di "Orizzonti inqueti - Trame da Epica Festival"

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *