Tiresia, dj delle nostre alterità

«Ci vogliono parecchi luoghi dentro di sé per avere qualche speranza di essere se stessi»

– Jean-Bertrand Pontalis, L’amore degli inizi

Dopo Wasted (2019), Giorgina Pi e il collettivo Bluemotion tornano sulle riscritture dei miti del poeta e rapper britannico Kae Tempest con Tiresias – spettacolo che dopo il silenzio di questi ultimi mesi ha ripreso vita nei giardini antistanti a Villa Salina (Castel Maggiore) durante Epica Festival. Questa volta a essere protagonista è il testo Hold Your Own-Resta Te Stessa (2014) nella traduzione di Riccardo Duranti: le parole che Tempest usa per raccontare le vicende dell’indovino tebano fondono lirica e slang, attualizzando e plasmando i personaggi sulla propria esperienza personale di nata donna e oggi, per scelta, identità non binaria. Restare-in-transito è il movimento necessario per contrastare i limiti di una differenziazione sessuale che conduce a due soli tipi di godimento e sulla quale si erge il sistema patriarcale eteronormativo: Kae Tempest ribadisce l’importanza di restare se stessi senza aspettare che l’amore dell’altro legittimi chi siamo, smarcandosi da quell’inquietudine dell’io che proietta sull’altro una dipendenza, come sottolinea Rossana Rossanda in Questo corpo che mi abita: «Dipendente è chi appende principio e fine di sé a un altro, non chi ne percepisce la presenza, l’alterità, l’irresoluzione d’un vivere finito». In fondo Tiresias è solo un pretesto per portarci altrove, in quella di zona di conoscenza così poco frequentata che è il proprio corpo e quello dell’altro.

All’ingresso ci viene consegnato un cartoncino bianco con una scritta arancione fluo in greco: [danzeremo] è il verbo-promessa con cui sostare nel tempo preso in prestito prima dell’inizio dello spettacolo. È sera e l’irruzione di un mondo altro accade per mezzo del buio e del sipario naturale dei pini che alle spalle del palco racchiude la visione. Luci calde si accendono illuminando lo sfondo e la parte inferiore della scena, lo spazio si allarga grazie alla notte e ai pochi oggetti presenti. Bassi invadono l’aria e si è subito immersi nell’illusione della caverna dell’indovino Tiresia, antro mitico in Ovidio e invito alla catabasi nell’undicesimo libro dell’Odissea – ora è un club e nel fondale c’è una consolle, altare che scandisce i tempi della narrazione. L’attore Gabriele Portoghese ne è al comando, indossa un paio di occhiali da sole sfilando long-playing uno dopo l’altro, su ogni copertina è stampata una sola lettera, bianco su nero a sillabare i vari momenti della sua storia: T I R E S I A S. Una lettera per un nuovo dettaglio della sua vita. Il ritmo dello spettacolo è rapido, si accorda con i battiti di chi assiste a questa capitolazione dell’ego senza possibilità di ritorno: «Non c’è nessuna traccia che riporti alle sue vite passate, si sforza di guardare solo avanti e così sopravvive». Tiresia è un giovane dj contemporaneo, è l’outsider che si rifugia sotto al cappuccio di una felpa nera, è una giovane donna, poi di nuovo uomo e infine un cieco veggente – tutti e tre sono suoi sé innocenti. Cammina per le strade asfaltate, nei bar della periferia londinese tra una sigaretta spenta sul marciapiede e uno sputo di disprezzo alla fermata del bus. Ma la ri-generazione del mito che Tempest ci restituisce conserva intatto l’atto che costò a Tiresia le sue metamorfosi: vedendo due serpi accoppiarsi, decide di interrompere le loro languide sevizie, e Portoghese nel raccontarlo è accompagnato da una musica orchestrale, tragica in un crescendo di pathos e disperazione; la sua voce si rompe, c’è già dolore e stupore forse anche timore e desiderio insieme. Fare l’amore è in fondo di-struggersi insieme, una ferita lasciata aperta, un’unione in cui si sciolgono i nodi che di giorno nelle proprie solitudini si stringono per rimanere tutti d’un pezzo. Portoghese è ipnotico, calca il palco come se fosse l’ultima cosa che farà e ci si dimentica di avere di fronte un attore in carne e ossa: non solo è Tiresia, è il suo mondo antico e futuro, la sua stessa storia, vive i suoi sgomenti, le sue sofferenze e le nostre che riemergono come tesori dimenticati; è il narratore dalla voce calma che racconta dell’indovino fattosi donna: «Quando era di nuovo completa si dirigeva in città con passo da lupo, era magnifica e selvaggia, regina tra gli emarginati e sì, a volte l’hanno schernita dal ciglio della strada, le piaceva baciare i tossici solitari, conobbe l’amore e fu la sua fortuna, fin quando non conobbe chi faceva per lei». Ora la voce muta nuovamente, si fa delicata e disperata allo stesso tempo, trema e vorrebbe afferrare ciò che è lontano, farsi sentire da chi non c’è più, da chi l’ha ferita: «Lui le chiede di sposarlo lei pensa che lui la prenda per il culo e si arrabbia ma lui dice sul serio, lei non riesce a respirare, decide di tornare indietro alla ricerca di un passato, mette qualcosa in valigia e parte all’alba sola diretta verso nord verso casa», con I Was Young When I Left Home di Bob Dylan in sottofondo. Per la seconda volta, Tiresia-donna ripeterà lo stesso gesto che aveva provocato la prima muta, torna uomo intonando con una chitarra elettrica tormentata Babe I’m Gonna Leave You di Joan Baez. In questa sua forma passata e rinnovata allo stesso tempo, egli dimentica i dettagli di quella vita che credeva essere tutto ciò che aveva e che quindi la definiva. Persino i lineamenti del volto del suo amante finiscono per dissolversi – l’unico amore eterno è quello per se stessi, sembra dirci. Tiresia è infine chiamato a testimoniare la sua diversità, Zeus vuole provare a Era che «quello che tu ottieni da me è meglio di quello che io ottengo da te», a giustificare il suo bisogno irrefrenabile di tradimento. Nella loro eterna azzuffata, Zeus e Era sono metafora del potere che fa di alcuni oggetto di scelte altrui. Il destino di dolori e mutamenti di Tiresia diventa strumento martoriato, e mentre il cielo e la terra si screziano delle tinte colleriche dell’Olimpo, egli «vorrebbe tanto poter essere qualcun altro», ma anche se ha cancellato tutte le vite che ha conosciuto, esse sopravvivono in lui. Il responso di Tiresia scatena l’ira di Era che condanna i suoi occhi a essere cavità sanguinanti; Zeus si impietosisce – ma solo per vergogna e non per amore – e gli dona una nuova facoltà mentre il sangue continua a vermigliare sul volto di Tiresia, fattosi improvvisamente vecchio.

Tiresia ci ha in qualche modo liberati: un Cristo migliore non perché pagano, ma perché si è fatto testimone di un martirio al quale ci invita senza assolverci. Giri di chitarra, vinili inceppati e musica rap accompagnano Portoghese nella sua personale discesa agli inferi nella quale siamo nostro malgrado trascinati, rapiti. Lo spettacolo si conclude quando ne vorresti ancora, che l’oracolo parli ancora di chi o cosa non abbiamo il coraggio di essere – le luci calano nella notte che ora è tornata a essere solamente notte senza nessuna promessa, si è attraversati dalla sensazione, come al brusco risveglio da un sogno, di essere stati strappati a qualcosa – per un attimo si era intravisto qualcosa, ora è scomparso fugace, una luna fa capolino tra la coltre di nuvole violacee, tutto finisce ed è come aver udito il tuono il rombo squassare la terra senza aver visto il lampo: inatteso, qualcosa che doveva cominciare dal principio è già concluso.

L’Io è convenzione e paradosso, per questo non smetteremo mai di dubitare della risposta alla domanda «Ma che cosa vuol dire essere se stessi?». Eugène Ionesco nel suo Notes et contre-notes si chiedeva: «Sono semplicemente un crocevia, un groviglio, o forze diverse si uniscono e si affrontano?». Hélène Cixous dice di sentirsi corpo come gioco di forze, patria di passioni, paure e trepidazioni, furore e rivalsa. Nessuna forma, tutte le forme. Un incrocio di strade può ben essere un labirinto ed è difficile voler dare un senso a ciò che è tante cose alla volta. E allora «fammi essere tutto quel che sono», grida Tiresia, sottraendo alla parola il ruolo che aveva in origine nei racconti della Genesi: nominazione come impossessamento. È il lato oscuro delle sacre scritture: il linguaggio come esclusione dell’altro, di ogni altro che non parli quel linguaggio – Tiresia invece è l’Altro per eccellenza in quanto estraneo e dimentico anche di se stesso, è accettazione che abbatte la barriera superando la domanda primaria “chi sono?” sulla soglia del mistero del corpo. Siamo tutti Tiresia all’inizio della sua storia, ma ci possiamo soltanto augurare di arrivare dove solo il mito ha potuto: «Tiresia, insegna a tutti noi cosa significa restare se stessi».

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