“Non troverete nulla di me in questo film”. Dialogo con Cosimo Terlizzi

Autoritratto di Cosimo Terlizzi in occasione di "Vertigine" (2021), mostra online di opere video in 9:16 all’interno di Ibrida Festival.

Cosimo Terlizzi, autore poliedrico che dalla metà degli anni novanta sper­i­menta nel suo lavoro l’uso di diversi media, debutta sabato 5 giugno a Epica Festival con il suo cine-concerto Non troverete nulla di me in questo film, una rielaborazione di materiali visivi tratti dal film muto di Cenere di Febo Mari (1916), unica apparizione cinematografica dell’attrice Eleonora Duse. Non troverete nulla di me in questo film contiene la voce dell’attrice Fiorenza Menni e le musiche originali composte da Luca Maria Baldini.

Piero Deggiovanni, nella sua Antologia critica della videoarte italiana, ti descrive come un artista che si pone in modo «trasversale, nomadico e ricombinante». Pensi che questo ritratto ti rispecchi? Se sì, puoi raccontarci come nasce in te questo desiderio di valicare i mezzi e i confini e su cosa verte la tua ricerca?

«Mi rivedo nella descrizione di Piero Deggiovanni perché non ho un mezzo espressivo principale. Per me è molto importante che l’opera si manifesti nel suo mezzo ideale. Posso passare dalla fotografia alla scultura, dal video al cinema e alla performance. Se l’idea che porto avanti ha bisogno di un determinato veicolo mi adatto a quello e cerco di fare in modo che questo sia il più aderente possibile all’opera che porta in sé. Non mi affeziono a un mezzo in particolare. La mia ricerca parte da lontano, è nata con me: è una sorta di identità poetica. Per me l’arte è necessaria, è sopravvivenza: dà un senso alla vita, è l’espressione più alta dei sentimenti, di una bellezza, di un malessere».

Nelle tue opere l’indagine del rapporto tra l’uomo, la natura e gli altri esseri viventi occupa uno spazio importante. Da cosa nasce questo tuo interesse per il mondo naturale, per il selvatico, per il bestiale?

«Il mio incontro con il selvatico è un percorso parallelo. Ho abitato per anni in diverse città, tra cui Bologna, che mi ha sempre dato l’impressione di un luogo chiuso: mi sembrava di stare su un terrazzo o nel cortile di una casa. Per me invece è importante che la vita si integri nella sfera altra, che non è solo quella umana, perché non siamo solo noi al mondo. Volevo quindi provare, con un tentativo disperato ed estremo, a convivere con le altre creature che abitano il pianeta. È difficile, ma si deve tentare. Ora, infatti, abito in campagna in una casa situata in una vecchia monocoltura di ulivi che si sta trasformando in una sorta di giardino dell’Eden: è una foresta dove coesistono aspetti bucolici e crudeli. Ritengo sia fondamentale trovare un equilibrio tra uomo e natura, non possiamo più attardarci a parlare solo di noi umani.
Riguardo alla ricerca della bestia, nell’opera La Bestia (2016) volevo trovare l’animale e ho invece scoperto di cercare l’uomo. La bestia è un’invenzione umana: nel mondo dell’arte, della scrittura, delle leggende è legata a un mostro della foresta che in realtà non esiste. Per circa tre anni di cam­mi­nate in foresta mi sono chiesto come immor­ta­lare la bes­tia e soprat­tutto dove cer­carla, ma ho visto tracce dell’uomo: cavi elettrici; una foresta finta, perché le foreste vengono disboscate e ripiantate dagli umani; un fiume in cui passano un cellophane nero e dei rifiuti. Davanti a tutto questo, capisci che il mostro della foresta siamo noi».

Non troverete nulla di me in questo film è il titolo che hai scelto per lo spettacolo che proporrai a Epica Festival. La frase è attribuita a Eleonora Duse in relazione al suo ruolo all’interno film muto Cenere. Puoi spiegarci il perché di questa affermazione? E troveremo qualcosa di te, invece, nella rielaborazione dei materiali video che presenterai sul palco?

«La frase è tratta da una lettera di Eleonora Duse a una sua cara amica in cui parla del film muto Cenere, realizzato nel 1916. Quello che mi colpisce di questa affermazione è il fatto che lei è presente nel film, ma che in qualche modo non c’è. Per un’attrice abituata a usare la voce come strumento espressivo, era infatti difficile non poter parlare. Non voleva neanche essere filmata in volto e affermava: “Non voglio primi piani, mi tenga nell’ombra, le mani rivelano il viso”. Nella frase “Non troverete nulla di me in questo film” ho visto un punto di riflessione comune, un senso; mi sono ritrovato in quel fare artistico in cui un autore si chiede se è nel film, se riesce a esprimere la propria pratica poetica, se può emergere, se è rappresentativa. Anche io a mia volta mi dico: ci sono o no? Il tentativo di questo spettacolo è quello di rimettere in gioco la sensibilità della Duse, di un’attrice, di un’artista e attraverso di lei veicolare il mio stato d’animo di quando realizzo progetti importanti. Il dramma dell’artista è il riuscire a lasciare una traccia non ambigua, non nulla, una traccia necessaria. Ci chiediamo: l’abbiamo lasciata o non l’abbiamo lasciata? Queste tracce artistiche fanno parte di questo cibo ingordo, di un pubblico affamato di immagini, di cose o sedimenta la nostra opera?».

Hai usato la parola “affamato” in relazione al pubblico e hai parlato di un’ingordigia di immagini che fa pensare a un atteggiamento bestiale. Nel trailer del tuo spettacolo Eleonora Duse si riferisce alla folla e al cinematografo con l’appellativo di “belva”, facendo trasparire la forte inquietudine che questo mezzo le trasmette. Qual è la tua opinione riguardo ai momenti di passaggio tra i diversi media (teatro, cinema, tv, video)? L’accezione di belva, qui inteso come res novae, novità che spaventa, può cessare di fare paura e rendere quindi fertile l’incontro-scontro tra i diversi linguaggi?

«Eleonora Duse aveva individuato nella belva la grande macchina che è l’occhio del cinematografo: un oggetto nuovo per l’epoca, impegnativo. Per lei questo film muto era una sorta di prova e ha portato a degli esiti che lei non ha voluto riconoscere.
Per quanto mi riguarda, il mezzo va governato. Quando mi accorgo che il mezzo sta prendendo il sopravvento – e per mezzo intendo non solo quello cinematografico, quindi non solo l’occhio del cinema, ma anche tutto ciò che riguarda la sfera della costruzione di un’opera, quindi la fotografia, i costumi, le parole – ho la sensazione che stia vincendo la belva come la intendeva Eleonora Duse, nel senso che sta vincendo qualcosa che divora il senso stesso dell’opera. È lì il lavoro dell’artista, in questa battaglia. Il mezzo, il veicolo ci divora in mille forme, nella declinazione del soldo e della moda, in una continua ricerca di soddisfazione personale che ha l’unico obiettivo si saziarci momentaneamente. Per me l’arte non dovrebbe rientrare in questa dimensione bulimica».

Sempre nel trailer dello spettacolo, la voce narrante dell’attrice Fiorenza Menni, attraverso le parole di Eleonora Duse, afferma: «Il cinematografo offre tutt’altri mezzi, ma offre delle possibilità che il teatro non può dare». Qual è la tua posizione a questo proposito?

«Eleonora Duse, senza magari volerlo fare, ha rivoluzionato la figura della donna attrice. Infatti, per il modo in cui voleva essere ripresa in questo film, si è posta come una moderna performer. In teatro bisognava cambiare e innovare, proprio come ora ne ha bisogno il cinema, ormai diventato una modalità di espressione a cui ci siamo assuefatti a causa del manierismo in stile Netflix. Questo è il rischio del regista, dell’autore: bisogna chiedersi: “Sono stato onesto? Ho fatto il gioco del produttore, di chi ha commissionato l’opera?”.
Mi è capitato di recente di sentire questa questa frase molto bella: “ll fotografo non sa fotografare, il regista non sa fare regia, il pittore non sa dipingere”. È un’affermazione interessante, perché se vogliamo parlare di arte non dobbiamo parlare di settori chiusi, bensì di ibridazione. Io vedo nel cinema sempre più performance e nel teatro sempre più schermi e velature. Quando realizzo i miei lavori più autoriali e audiovisivi non so mai, né mi interessa saperlo, se è cinema, arte o teatro. Siamo ormai nell’ibridazione totale, generale e umana. Siamo fluidi. Stanno anche cambiando i rapporti con i luoghi fisici».

Questi rapporti con i luoghi e con gli spazi sono cambiati ancora di più in questo periodo di pandemia. Cambieranno ulteriormente in futuro?

«Dobbiamo sopravvivere. Non possiamo aspettare le sale dei cinema per far vivere il cinema o le gallerie d’arte per fare arte. Non possiamo morire, abbiamo visto come hanno reagito le istituzioni in questo ambito. Abbiamo capito quanto sia fragile il mondo dell’arte. Ma noi dobbiamo sopravvivere, lavorare: non ci dobbiamo affezionare a niente, perché le cose fisiche cambiano».

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