L’amore che genera dolore: Venere e Adone di Roberto Latini

La sensibilità di Roberto Latini ha inaugurato Epica Festival a Bologna, in Salaborsa, dopo il rito sonoro Voce che apre di Mariangela Gualtieri a Villa Salina Malpighi. Venere e Adone sembra un fermo immagine del momento pandemico che stiamo attraversando e un omaggio all’arte nella sua infinita essenza e nella sua bellissima fragilità. In particolare l’attore-autore romano sceglie di riferirsi, come fece a suo tempo Shakespeare in circostanze storiche simili, al mito ovidiano di Venere e Adone, attraverso la narrazione di un amore terrestre e divino «nel disarmo di un destino ineluttabile»: un amore che si vede ormai spento, logorato dal suo stesso agire e dal suo stesso essere.

La scena è spoglia, semplice, senza tempo: su un fondo verde foglia, il solo soggetto in scena, bianco e argenteo, si regge a stento su piedi che non sanno più volare. Verde come «è forse la speranza che si possa vincere il destino, dando all’Arte il compito di sfidare il tempo e trattenerlo». L’esile figura, che sospira e si affatica e coinvolge e si dimena, è inquadrata da una cornice: un’opera incompiuta quella che si mostra al pubblico, un’opera che non sa e non vuole star ferma, pur rimanendo incollata ai suoi piedi stanchi. Le sue vesti sono bianche e penzolanti, la struttura metallica che ha indosso evidenzia il corpo logoro, i colpi del tempo: le costole sporgenti, le ali scarne.

Amore è ridotto all’osso, un osso metallico. La gabbia toracica è metallica, le ali sono metalliche, la voce si fa metallica e spezzata. Tra le mani tiene veli strappati che poi lascia cadere al suolo e un arco, anch’esso metallico, ma senza più frecce. Un amore stanco, logoro, consumato da quel che fa da un’eternità. La cornice dorata del mito è gabbia per Amore, che è sfinito e avvilito dal suo stesso spesso sporco gioco. E il torace argenteo è gabbia per il suo cuore, che ne ha accesi di infiniti altri ma che adesso è affaticato, pesante e rotto di quegli infiniti altri che ha spezzato. A essere ingabbiato e spezzato è qui il cuore di Venere, la quale ha inseguito un bacio che non ha avuto tempo di nutrirsi dei respiri del suo amato Adone. Adone che amava la caccia a Venere, ucciso dalla caccia di cui, prima di lui, Eros si era servito per far innamorare la dea.

Tragico è dove qualcosa muore – ricordava Antonio Attisani durante la prima tavola rotonda di Epica Festival – e qui la morte è tanta attorno a quella singola e fatale del bel giovane cacciatore. Amore che genera dolore, morte che genera morte.

Cupido, più che sorreggere, pare sorretto dal suo arco, senza più frecce, che si fa bastone, anche se sul finire dello spettacolo lui, Amore, lei, Venere, lo alza, prende la mira verso il pubblico e il microfono si fa l’unica freccia rimastagli per colpire lo spettatore. Scocca il suo ultimo fulmineo dardo: il messaggio è arrivato.

Il mito ovidiano ripreso da Shakespeare, con Roberto Latini perde il riso: dell’umorismo rimane solo il “ma fa anche riflettere”, forse perché ad oggi di ridere ci siamo stancati, ci sentiamo in colpa. Ma ci si può davvero stancare di ridere? Senza divertimento alla scena che cosa resta? È il solo adattarsi che dovrebbe stufare, abbandonare – nel corso di una crisi, di una sfida, di un naturale cambiamento – la voglia di rimettersi in gioco rimescolando le proprie carte con quei quattro jolly che stiamo imparando a riconoscere: divertimento, creatività, compagnia, cura. Si perde il riso, ma è anche la stessa perdita di riso a far riflettere. La malattia è tornata in Occidente; anzi le malattie ci sono da sempre, ma qui a ovest semplicemente non interessa: la distanza sottrae dal sentirsi chiamati in causa. Quando invece ci troviamo – noi civilizzati, noi post-copernicani occidentalocentrici – direttamente coinvolti una tantum nella malattia, nel dolore e in una morte che entra a far parte della quotidianità, allora il mondo ci sembra arrestarsi e remarci contro.

Sul finire del ‘500 a Londra la peste fece chiudere i teatri e Shakespeare, in quel periodo di stallo, scrisse il poemetto che oggi, con il coronavirus, specularmente Roberto Latini riporta alla luce. Un amore comune, quello per il teatro, e anche sofferto, che trova conforto nel mito ovidiano: alla morte improvvisa di Adone, Venere fa del sangue dell’amato un fiore un anemone, un fiore bello ed effimero quanto la giovinezza, talmente delicato che basta un po’ di vento e tempo perché i suoi petali si disperdano. E coi petali i semi. E coi semi la stessa primavera. Sarà forse proprio la sua bellezza e fragilità ad avere lasciato che il fiore del vento si accostasse al teatro.

Forse è necessario capirla, questa fragilità che accomuna tutto ciò che vive di attimi e bellezza – di cui l’anemone, l’amore e il teatro – più che nasconderla o corazzarla. Forse è questo il messaggio che l’ultima freccia di Amore ci ha consegnato.

Altri articoli di "Orizzonti inqueti - Trame da Epica Festival"

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *