La mistica o il contrabbando del teatro. Intervista a Massimiliano Civica

«Chi ha fede non deve essere autoindulgente», ha detto Massimiliano Civica durante la tavola rotonda del 6 giugno dedicata al rapporto tra teatro, arti e città. Tre volte vincitore del Premio Ubu per la miglior regia e neo-direttore del Teatro Metastasio di Prato, Civica crede fermamente nella necessità di un teatro popolare e ha portato a Epica Festival la conferenza-spettacolo L’angelo e la mosca – commento sul teatro di grandi mistici. A fare da sfondo, la domanda “Che c’entra la mistica col teatro?” e un avvicendarsi di racconti della tradizione chassidica e sufista da cui le letterature occidentali hanno preso a piene mani, a dimostrazione del fatto che «la globalizzazione è sempre esistita, solo che prima era migliore perché avveniva a piedi».
Abbiamo incontrato Massimiliano Civica di fronte al Teatro Comunale Alice Zeppilli per un rapido confronto poco prima dell’inizio dello spettacolo
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Le partecipanti al laboratorio “Orizzonti inquieti” intervistano Massimiliano Civica

Nella sinossi del tuo spettacolo dichiari che vuoi provare a “illustrare e spiegare comportamenti e situazioni del mondo del teatro” attraverso parabole della tradizione mistica. Qual è la connessione tra le tradizioni antiche che hai scelto di proporre e questo aspetto pedagogico?

«L’esperienza e le dottrine di alcuni maestri della mistica hanno attraversato la storia del teatro sia come tecniche di recitazione, sia riguardanti la relazione attore-regista. Il rapporto tra la mistica e alcuni protagonisti della storia del teatro è incredibile: per esempio Grotowski era molto vicino al chassidismo e sembra che tutto il sistema di Stanislavskij si basi sullo yoga.
In definitiva, quello tra mistica e teatro è sempre stato un legame stretto anche se ambiguo, perché il teatro è il teatro, e quando si cerca far derivare il teatro da qualcos’altro – che si tratti del mito o del gioco – si corre un rischio: il teatro, infatti, non è riconducibile a nient’altro che a se stesso, e forse è l’unica forma religiosa che non comporta una divinità: in fondo è un rito che ha per mito l’uomo».

Da dove nasce il tuo interesse per la mistica?

«Dalla mia paura di morire. Non riesco a sopportare l’idea che tutto finisca con questo mondo e che non potrò rivedere le persone care. Per questo motivo, in maniera errabonda e disperata, vado a cercare qualcosa che possa darmi o una spiegazione o una speranza. Non bisogna mai confondere la religione con la mistica, perché la religione è quasi sempre dogmatica mentre la mistica è sempre un’apertura, tant’è vero che al fondo quasi tutte le mistiche si toccano. Per esempio, nel buddhismo zen c’è un bellissimo saggio di Suzuki dove l’autore più citato è Meister Eckhart: un mistico europeo domenicano viene preso a modello per spiegare il buddhismo. Questo per dire che alla base delle mistiche, del sufismo, dello chassidismo, del cristianesimo ci sono dei fondamenti comuni.
Ma l’interesse è prima di tutto edonistico, perché vado a studiare le cose che mi piacciono, ed è anche il tentativo di ricercare il senso ultimo della vita – unica ricerca che ha senso, per quanto mi riguarda».

Nella presentazione dello spettacolo usi il termine “contrabbandare”, che può assumere due diversi significati: il primo si riferisce all’introdurre una merce di contrabbando, quindi di illegale e di nascosto; mentre il secondo, figurato, intende il “far passare qualcosa per ciò che non è”. Cosa intendi tu per contrabbandare?

«Vi rispondo con due concetti del sufismo. Inizio con una storiella di Mullah Nasreddin Hodja, un personaggio del folklore del sufismo, una sorta di “scemo del villaggio”. Per tantissimo tempo il Mullah aveva attraversato il deserto con un asino e due sacchi in un lembo di terra al confine tra due stati. Le guardie al confine gli chiedevano sempre “Che cosa stai contrabbandando?”, e lui rispondeva “Niente, nei sacchi c’è solo sabbia” e loro di nuovo “Ma che cosa ti porti a fare la sabbia nel deserto?”. Non contente, ogni volta gli svuotavano i sacchi e ci trovavano sempre solo sabbia. Il Mullah attraversò per anni il confine con le guardie che si facevano sempre più impazienti insistendo: “Ma dai, dicci cosa contrabbandi”, e lui sempre “Sabbia, solo sabbia”. Dopo tantissimi anni una delle guardie andò in pensione e incontrando il Mullah, gli disse: “Giuro che non lo dico a nessuno, ora devi dirmi cosa contrabbandavi” e il Mullah: “Asini”. Un dettaglio interessante di questa storia è che gli iniziandi al sufismo, ovvero coloro che si preparavano a entrare in una confraternita, venivano chiamati asini: in un certo senso, è come se il Mullah contrabbandasse gli iniziati tra due paesi.
Il secondo concetto è quello dell’ostrica. Il sufismo afferma che ogni epoca ha una sua struttura mentale che loro chiamano “ostrica”, un’ossatura che è la forma mentis di quell’epoca. La verità per il sufismo è senza forma, tuttavia se io, in quest’epoca presente, non parlassi con i termini della nostra ostrica, non riuscirei a trasmettere la verità. Per esempio, se io oggi ti dicessi che ci sono un angioletto e un diavoletto, e che il primo ti dice cose buone mentre il secondo ti tenta, tu non capiresti, perché non è più l’ostrica di questo periodo. Ma se invece ti dico che ci sono un Es e un Super Io, immediatamente acquisto credibilità alle tue orecchie. Poi fra cinque o sei anni anche questa ostrica non andrà più bene e si dovrà parlare di cervello rettile e lobi parietali. Allora, contrabbandare vuol dire che molto spesso per aiutare gli altri o per far passare dei concetti non li puoi dire direttamente, ma devi contrabbandarli. Questa conferenza è sul teatro o sulla mistica? Cosa sto contrabbandando in questa conferenza?»

In quanto partecipanti al laboratorio di giornalismo e di critica, volevamo chiederti che cosa ne pensi della critica di oggi e se attraverso la critica si può arrivare ad attrarre quella fetta di pubblico di assenteisti di cui si è parlato durante la tavola rotonda.

«Ho un grandissimo rispetto per la critica. Noi artisti tendiamo a trattare sempre male i critici, ma i critici sono i nostri spettatori più affezionati: si spostano come uccelli migratori di festival in festival e non guadagnano una lira. Quindi, perché dovrei avercela con persone che hanno questa passione infinita e amano talmente tanto il teatro da dedicargli tutta la vita, senza avere granché in cambio?
Nella mia visione, il critico migliore fa da garante della relazione tra attori e spettatori: deve cioè garantire che sia aperta la porta tra platea e palcoscenico. In questo senso la sua opera è fondamentale. In fondo, il mestiere del critico è uno dei più difficili: come fa un antropologo, deve entrare nel mondo dell’artista con rispetto e al contempo intuire se l’artista è capace di comporre qualcosa che sia accessibile al pubblico e che in qualche modo abbia un valore».

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