Il valore del fallimento: “Non troverete nulla di me in questo film”

Cosa resta di un’attrice di teatro quando le viene tolta la voce? Nulla, direbbe Eleonora Duse: «Non troverete nulla di me in questo film». Cosa si può ritrovare infatti in Cenere della presenza di un’attrice di così chiara fama quando – da persona in carne e ossa, conca di risonanza di corde vocali e fiato – questa viene ridotta in poltiglia dalla mastodontica belva, l’occhio della macchina da presa, e appiattita a superficie bianca e nera, dove macchie di luci e ombre si susseguono senza il minimo sussurro? E soprattutto, perché Cosimo Terlizzi sente il desiderio di riproporre questa assenza oggi, in forma di cine-concerto? Forse perché il film Cenere di Febo Mari costituisce l’unica testimonianza cinematografica di un’attrice che ha segnato la storia del teatro del primo Novecento: un puro interesse documentaristico per spettatori di nicchia nostalgici di tempi sconosciuti. Oppure per accontentare un pubblico in astinenza da poltrone rosse, luci spente, voci e sonorizzazioni dal vivo, corpi tridimensionali e schermi, fornendogli in un’unica dose di adrenalina la comunione dei sensi tanto agognata. O ancora, per illustrare agli idolatranti della Duse il quadro naturalistico di un’attrice al tramonto, stanca, malata, vergognosa e intimorita dalla nuova tecnologia del cinematografo: sintomo della fine di un’epoca e sole di un’altra.

La testa affollata da queste domande e da vaghi tentativi di risposta, mi accomodo nella calda poltrona rossa del Teatro Alice Zeppilli a Pieve di Cento, in un afoso sabato pomeriggio di giugno. Le luci si spengono: sul palco Fiorenza Menni dà le spalle al pubblico, il microfono a filo nella mano e un leggio alla sua destra; al lato opposto Luca Maria Baldini è circondato dai suoi strumenti; dietro la sua schiena, uno schermo su cui inizia a scorrere la pellicola di Cenere. La storia, tratta dall’omonimo romanzo di Grazia Deledda, è quella di una giovane madre che, nel tentativo di offrirgli un futuro migliore, abbandona il giovane figlio, lasciandolo in affido al padre. Una volta diventato grande e deciso a sposarsi, questi ritorna alla ricerca della madre per comunicarle la notizia e ritrovarla diverso tempo più tardi. Dopo il desiderato incontro, dato che la nuova sposa si mostra sfavorevole al ricongiungimento della famiglia, il figlio è costretto ad abbandonare la madre, che muore di crepacuore.

Diventa subito chiaro che non solo non è la trama a interessare Cosimo Terlizzi nella regia di questo spettacolo, ma anche che le mie supposizioni iniziali non sono le lenti migliori con cui osservare lo spettacolo. Pochi infatti sono i momenti di silenzio in cui lo spettatore riesce a seguire il succedersi degli eventi del film: pare anzi che il tentativo di Terlizzi sia non solo di restituire alla Duse la voce, tramite la lettura della sua corrispondenza con la figlia Enrichetta nell’interpretazione di Fiorenza Menni, ma soprattutto quello di evidenziare quanto questa attrice, ormai non più nel fiore dei suoi anni, sia stata in grado, attraverso la postura adottata nella pellicola, di anticipare le storicamente successive pratiche di performance.

Quella di Eleonora Duse all’interno del film è una difficile ricerca del gesto necessario: «Non voglio i primi piani – aveva preteso dal regista di Cenere – mi tenga nell’ombra, le mani rivelano il viso. Mi tenga di scorcio. Verso la belva rimanga lei, io resterei nell’ombra». La Duse cerca di trovare un nuovo modo di esprimersi, di rendersi corpo che si fonde con la luce e il movimento: eliminare l’eccesso per ridursi al minimo, al pudore, al gesto. Ci riesce ma non ci si riconosce: è andata troppo oltre, la belva l’ha sovrastata.

Cosa può dire a noi oggi vedere la ferita aperta di questa ricerca personale artistica esposta agli occhi degli spettatori che non vogliono guardarla perché ne sentono il dolore? Sembra che con questo spettacolo Cosimo Terlizzi voglia da un lato mettere a nudo il processo artistico, svelando il rischio sempre presente che il mezzo prevarichi sull’artista, togliendo il senso dell’opera; e dall’altro pare che voglia dare validità anche a questo fallimento: un percorso artistico di ricerca può anche non portare a un esito positivo nella sua restituzione finale, ma può far nascere nuove consapevolezze e strumenti capaci di portare a una crescita personale. Affinché questo accada è però necessario che l’artista e gli spettatori, a differenza del caso della Duse – alla morte della quale si opposero alla proiezione del film in sala, perché non le rendeva giustizia – siano capaci di accogliere le fragilità di una ricerca con senso critico, senza rinnegarle. Più che un’affermazione, quindi, Non troverete nulla di me in questo film dovrebbe essere una doppia domanda: «Non troverete nulla di me in questo film?» dovrebbe chiedersi l’artista, e gli spettatori: «E noi, chi stiamo cercando?».

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