Il teatro e il conflitto di abitarlo: intervista a Marco Sgrosso su “A colpi d’ascia”

Nello spazio esterno del suggestivo Atelier Zamboni-Bolzani, tra statue lignee, gatti e filari di cipressi, è andata in scena sabato 5 giugno la lettura-concerto del romanzo A colpi d’ascia-un’irritazione di Thomas Bernhard, musicata dal vivo da Cristiano Arcelli e interpretata dall’attore e regista Marco Sgrosso, fondatore con Elena Bucci della compagnia Le Belle Bandiere. Abbiamo avuto il piacere di ascoltare la sua inedita esperienza di incontro con una voce del Novecento capace di dolce amarezza e di tagliente ironia.

Non è la prima volta che porta sul palco un testo di Thomas Bernhard. Cosa l’affascina di questo autore e cosa vuole restituire al pubblico della sua sensibilità di scrittore?

«Il mio primo incontro con l’opera di Bernhard è stato da lettore dei suoi romanzi, di cui mi hanno affascinato i contenuti e lo stile di scrittura. Seppure apparentemente scorrevole, la scrittura di Bernhard procede con la complessità di una partitura musicale fatta di pensieri che ritornano, periodi che si rincorrono e che vengono riproposti con un leggero ma significativo spostamento di termini. Questa peculiare ossessività riflette la temperatura del contenuto: il tono tagliente dell’invettiva caratterizza molti dei suoi romanzi, perfetti esemplari della letteratura del Novecento. Mi sono innamorato di Bernhard drammaturgo con Prima della pensione, graffiante pièce teatrale andata in scena per la prima volta con la regia di Claus Peymann il 29 giugno del 1979 a Stoccarda. Assieme a Elena Bucci, nel 2017 lo abbiamo messo in scena con la produzione di Ert e da quel momento mi sono innamorato anche della profonda teatralità dei suoi testi, fino a essere completamente rapito da A colpi d’ascia, che offre un’ampia veduta del contesto teatrale a lui contemporaneo, di cui critica vizi e cattive pratiche capaci di soffocare lo spirito autentico dell’arte. Il romanzo, infatti, racconta di una sontuosa “cena artistica” in onore di un celebre attore protagonista dell’Anitra selvatica di Ibsen in scena al Burgtheater, organizzata dalla coppia dei tremendi coniugi Auersberger, discutibili figure di mecenati e intellettuali. La voce narrante, lucida eco dell’esperienza personale dello stesso Bernhard, assiste profondamente irritata al simposio di pose e di maschere di quella società, grottesca e vanesia nei costumi, scagliando feroci attacchi all’ipocrisia e alla mondanità del suo tempo. In quanto attore e drammaturgo, ho sentito urgente e necessario avvicinarmi a questo testo perché, come Bernhard, amo e soffro allo stesso tempo alcuni vizi e storture dell’ambiente di cui faccio parte. A colpi d’ascia è il ritratto di un artista in crisi, che vive in modo conflittuale il mondo di cui fa parte, che oscilla tra amore e odio, tra aggressività e dolcezza malinconica, capace di parlare in modo molto lucido alla nostra contemporaneità».

L’irritazione di Bernhard rievoca La terrazza di Ettore Scola e La grande bellezza di Paolo Sorrentino, ritratti disillusi e spietati di una classe intellettuale decadente, ipocrita, costretta nella rigidità di casta. Sorrentino sentenzia mantenendo una distanza di sicurezza dal gioco virtuoso in atto, Scola si colloca sulla terrazza accompagnando il disfacimento nostalgico della commedia italiana. La postura di Bernahrd invece, seppure defilata e isolata dal centro simposiale, è profondamente conflittuale poiché riconosce l’appartenenza viscerale a quel mondo di cui intesse invettive e condanne. In che rapporto si può porre questo testo nei confronti dell’attuale panorama teatrale italiano? Pensa che questa critica possa toccare un nervo scoperto ancora oggi?

«La posizione del narratore è quasi “cinematografica”, l’elemento della visione è prominente: seduto nella bergère, il narratore vede e sente tutto, ossessivamente concentrato a “fare a pezzi” gli ospiti di casa. La posizione distaccata e inquisitoria della voce narrante richiama quella del voyeur il cui sguardo panoramico e ampio ha la possibilità di osservare e di condannare la decadenza attorno a sé, riconoscendo infelicemente di esserne parte. A esacerbare il conflitto interiore del personaggio, il ricordo dell’amica attrice Joana, morta suicida, i cui funerali hanno preceduto la cena che si sta consumando di fronte ai nostri occhi. Testimonianza della resa di qualcuno che non ha potuto sostenere il peso di quel mondo per debolezza emotiva e per mancanza di orizzonti, la figura dell’attrice permette di riflettere su quanto un campo come quello del teatro possa rivelarsi allo stesso tempo terreno di bellezza e fioritura, ma anche di fallimento e frustrazione, entrambe alimentate dalle stesse persone che lo abitano. Ed è per questo motivo che il narratore si lascia pervadere da un sentimento di profonda irritazione, infliggendosi la colpa di aver preso parte a quel patetico convitto. L’aggressiva invettiva mossa a Vienna e alla borghesia che la abita ha un sapore universale, capace di trascendere i confini geografici e di portare luce anche sulle distorsioni e sulle chiusure autoreferenziali presenti sulla scena teatrale italiana contemporanea. Come diceva Peter Brook, “il teatro è una porta aperta”: sarebbe importante tornare a concepire il teatro come un’occasione per fare esperienza di altri linguaggi edi altri mondi, schivando il rischio dell’autocelebrazione che è il declino delle arti».

La figura del narratore di A colpi d’ascia è quella di un uomo scontento, tormentato, aggressivo. Come si rapporta in qualità di attore nei confronti di questo personaggio? Che sentimenti suscita in lei un carattere così tagliente e ostile?

«All’inizio ho avuto un po’ di timori ad affrontarlo, al di là del suo carattere peculiare, perché in realtà la sua figura è quella di un narratore e di uno scrittore, sostanzialmente quella dello stesso Bernhard. In quanto attore e autore, sono sempre rimasto affascinato da personaggi contorti e in conflitto con se stessi, non risolti. Quando incontro un personaggio che si interroga, che ragiona su se stesso, questo mi porta inevitabilmente a scoprire delle cose di me, anche se non sono nettamente in rapporto con l’argomento del testo che sto affrontando. In questo caso, mi ha trascinato un’affinità molto forte con questo personaggio, perché come lui amo profondamente la mia professione, ma sono insofferente ad alcuni vizi che purtroppo vedo radicati, soffocanti e nocivi, rispetto ai quali comunque non mi pongo come censore. Allo stesso tempo, la scelta di questo personaggio e di questo romanzo completa un’ideale trilogia di lavori a solo: il primo su Ella, testo dell’autore austriaco Herbert Achternbusch, il secondo sulle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij e l’ultimo appunto su quest’opera di Bernhard. In questa sorta di trilogia, il mio interesse di attore è stato quello di misurarmi con personaggi che devono rimettere insieme i cocci della loro identità e che si scontrano con il mondo esterno, e che pur amandolo, non riescono facilmente a conviverci.
Per il testo di Bernhard ho dovuto fare una riduzione notevole del romanzo. È stato difficile ma anche entusiasmante scegliere ciò che parla al mio cuore e tenere quello che si avvicina ai miei pensieri di attore che lavora da più di trent’anni e ha stratificato un certo tipo di riflessioni riferite al suo ambiente».

Nel libro emerge un rapporto ambiguo tra la vita reale e la vita artistica, come se ci fosse una distanza incolmabile tra ciò che si è in scena e ciò che non lo è. Percepisci questo nel tuo vissuto?

«In scena, per me, l’attore deve cercare di essere credibile, naturale, non troppo artefatto. La naturalezza si raggiunge ovviamente anche attraverso la finzione. Leo De Berardinis, che per me è stato un grande maestro, diceva che un passo in palcoscenico non è un passo in una stanza, ma piuttosto un passo nell’universo. Io cerco sempre di essere “vero”, ammesso che ci si intenda su cosa questo significhi, però so che per esserlo devo lavorare su una sottrazione, su una piccolezza. Quindi in qualche modo l’attore teatrale è un grande mistificatore in senso positivo. La corrispondenza tra la mia presenza nella scena e la mia presenza nella vita sono sempre in conflitto. Per esempio, dopo uno spettacolo vorrei andarmene subito perché talvolta faccio fatica a incontrare le persone, anche se mi fa molto piacere. Mi sento un po’ svuotato e ho bisogno di riprendere forma e lucidità. È strano, perché quando sei in scena bisogna darsi, e paradossalmente, rispetto alla domanda che mi avete fatto, il punto di luce è proprio quando l’uomo e l’attore si fondono l’uno nell’altro. Questo non accade sempre e, soprattutto, non esiste una ricetta perché questo accada e tutto sommato sono anche felice di non averla trovata. L’attore è come un equilibrista che sta su un filo: basta un niente a rompere quello stato di grazia, e per stato di grazia io intendo appunto una perfetta visione con quello che sono come essere umano e con quello che sto facendo in quel momento come attore. La difesa di questo momento così cristallino è un impegno che richiede un atteggiamento etico da parte degli attori e anche del pubblico. Quando si trova quell’armonia, è un po’ come stare in una sfera di cristallo che ti fa vedere i momenti belli e ti fa rendere conto del perché si riescano a sopportare anche quelli brutti. Quindi è una ricerca continua questo equilibrio tra l’attore e l’uomo. A me piace poi che ogni tanto l’attore chiuda il suo camerino, torni a casa, si beva un bicchiere di vino e si rilassi, faccia una telefonata a un’amica e pensi ad altro, perché staccare è necessario per esserci fino in fondo».

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