«Gli altri siamo noi». Intervista a Giovanni Boccia Artieri

Parlando di rappresentazione dell’arena sociale su scenari altri, tanto il teatro quanto la politica e la rete sono – senza troppi sforzi di astrazione – chiamati in causa. Questo il senso di voler parlare di internet e alterità con Giovanni Boccia Artieri, sociologo, saggista e ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Urbino “Carlo Bo”.
Boccia Artieri da esperto dei nuovi media interverrà martedì 15 giugno all’ultima tavola rotonda di Epica Festival, intitolata “Il teatro e il racconto dell’alterità”. L’intervista che segue attraversa temi affrontati dal nuovo spettacolo della compagnia Kepler-452 che debutterà il 15 e 16 giugno,
Gli Altri, indagine teatrale su quei “nuovissimi mostri” che popolano il web con i loro linguaggi d’odio.

In rete chiunque ha modo di prendere la parola, se vuole. Internet e democrazia arrivano a intersecarsi negli intenti – almeno in potenza, in teoria – di connessione orizzontale da-molti-a-molti, di “fare rete”. Quel che però sempre più spesso accade è che l’abitudine a dire la propria (o potremmo dire sentenziare “sulla qualunque”) atrofizza la pratica dell’ascolto, della considerazione della posizione dell’altro, anche e specie se questa è diversa dalla propria, a scapito del dialogo. Quando e fino a quando si può parlare di “democrazia dell’internet”?

«Credo che porre internet in parallelo con la democrazia sia un po’ nel dna della storia che ci siamo costruiti di esso. Il discorso deriva in particolare dall’esperienza iniziale della rete: ad aprire questo immaginario è stato Howard Reynolds con le sue “comunità virtuali”, le quali però rappresentavano esperienze molto specifiche e legate a un contesto ormai passato. L’internet a cui Reynolds faceva riferimento era popolato da un numero limitato di persone connesse, più o meno tutte interessate alle tecnologie e con un alto livello di istruzione, che cercavano in rete risposte ai loro diritti di cittadinanza: quella su cui nasce la “prima rete” è perciò assimilabile a un’esperienza civica, ma l’“internet democratico” è stata solo un’illusione iniziale. L’avvento dell’internet di massa ci ha infatti poi dimostrato come l’identità di un’esperienza comunitaria della rete – e dunque democratica dei linguaggi – possa crollare quando a usufruirne è un numero molto più grande ed eterogeneo di persone. Internet è diventato quindi uno strumento che non è più guidato da soli fini nobili: penso ai primi hacker, raccontati, attraverso una visione un po’ neoromantica, come qualcuno che scardinava il sistema per mostrarne le debolezze; oppure ai troll, parte integrante dell’esperienza quotidiana nei forum di discussione, che avevano quasi un valore positivo nello sfidare le retoriche e nel mettere un po’ di pepe a conversazioni molto polite.
Tutta questa prima narrazione che anche noi ricercatori ci siamo costruiti, nella quale internet significava fondamentalmente egualitarismo, democrazia e processi partecipativi, è stata in parte sostituita con il moltiplicarsi dei suoi fruitori. L’internet di massa ci ha dimostrato due cose: primo, non controlliamo più i luoghi nei quali interagiamo (si pensi alla differenza tra i forum, ovvero liste di discussioni create e controllate da qualcuno, con persone che si prendevano il compito di moderarle, e i social media che invece sono “parchi aperti” in cui le persone possono intervenire nella maniera più diversa) quindi, perdendo il controllo dell’ambiente si perde anche la capacità di controllare le regole di interazione in esso; secondo, parlare di internet di massa significa che i meccanismi che portano alla partecipazione possono essere i più svariati.
Abbiamo scoperto al riguardo due cose. La prima è che molto spesso le logiche delle piattaforme (dei social media in particolare) tendono a privilegiare meccanismi di polarizzazione ovvero una reazione a favore o contro su un tema. Non c’è tempo di riflettere, non c’è una discussione che ci sta a cuore, poiché tutti parliamo di un po’ di tutto in un parco giochi in cui la partecipazione viene scambiata con la reazione: dici la tua perché sei partecipe del gioco. Il che non può che generare meccanismi di polarizzazione e contrapposizione, privilegiati dagli algoritmi delle piattaforme, i quali tendono a dare visibilità alle forme di conversazione che attirano più polarizzazioni e che quindi potenzialmente allargano il pubblico. In secondo luogo abbiamo scoperto che la partecipazione può essere positiva o negativa: in rete si formano gruppi che si organizzano online per portare avanti tanto principi democratici, quanto forme anti-democratiche, dissidenti o manipolatorie (definite “dark participation”). Quindi, l’identità fra democrazia e rete si è persa nel momento in cui siamo diventati consapevoli del significato di “internet di massa”, nel momento in cui la rete è diventata di tutti il che non è sbagliato, la massa semplicemente modifica, produce cambiamenti anche qualitativi e nel momento in cui internet è diventato composito di quelle zone recintate che sono le piattaforme. Questo combinato disposto allontana l’automatismo che internet significhi democrazia».

Internet è certo uno scenario potenzialmente socializzante, una possibilità di incontro e di dialogo, che però il più delle volte dà adito all’indomabile volontà di farlo con chi è a noi “affine” per sentirsi parte di qualcosa, di una bolla di comfort zone che accoglie, di un noi inclusivo, delle propriamente dette “echo chamber”. Sappiamo però che nell’inclusività del noi si produce l’esclusione dei loro. Chi sono quegli altri dagli altri? Il legante di un qualunque tipo di interazione può mai essere l’unirsi sulla base di un nemico comune?

«Gli altri siamo noi. Gli haters siamo noi. Questo tipo di gioco non è esclusivo di qualcuno: chiunque può finire per radicalizzare o banalizzare le proprie posizioni sui macro temi, come per esempio le migrazioni. Si genera facilmente un meccanismo di polarizzazione da una parte, e uno di chiusura laddove le visioni sono più radicate. Molte di queste possono essere istintivamente a favore o contro qualcosa che accade nel mondo dello spettacolo: siamo a favore o contro Fedez che porta un pensiero dissidente sul palco del Primo Maggio in Rai? Che cosa accade quando dobbiamo prendere una posizione rispetto al vaccinarsi?
Vediamo le persone solo per come si esprimono online. Se non ti esprimi online, se non crei contenuti, non esisti. Possiamo concepire l’altro solo nel momento in cui si esprime. Più spingiamo la dimensione espressiva verso una dimensione emotiva, più questa polarizzazione tende a essere evidente. Basta guardare i trending topic su Twitter: ogni mezza giornata cambiano, il che vuol dire che ogni mezza giornata c’è qualcosa di nuovo su cui poter dire la propria e che rende facile farlo. Non sono mai temi che ci mettono così in discussione, ci viene sempre chiesto “tu da che parte stai?”. È facile schierarsi, e lo si può fare anche solo con lo sharing, ovvero condividendo contenuti altrui senza doversi esprimere direttamente. E questo tende a portare alla radicalizzazione delle posizioni.
Inoltre c’è il tema delle “echo chamber”, che fanno riferimento anche alla dimensione delle bolle e dei filtri di Eli Pariser. Il tema è che in apparenza quello che c’è in rete porta questo tipo di radicalizzazione: ci sembra che le persone cadano nelle loro spirali, per le quali tendono a frequentare chi la pensa come loro. Fondamentalmente, però, noi siamo esseri polimediali: non siamo solamente ciò che scriviamo online. Quello che siamo e come agiamo nella sfera pubblica è più complesso. A riprova di ciò, tendenzialmente anche tutto un certo tipo di linguaggio d’odio non è altro che una serie di espressioni momentanee e parziali di ciò che realmente pensiamo. La nostra opinione, in fin dei conti, si crea a partire da tantissime fonti e quando ci troviamo a fare ragionamenti in rete è come se li comprimessimo tutti lì. Non siamo solamente i nostri account, ma siamo esseri più complessi ed elaborati. Infatti, se le “echo chamber” ci sono, le loro porte sono aperte e c’è la possibilità che passi varietà.
Il vero tema è che noi e i social media tendiamo a mostrare solo ciò che si radicalizza: un hashtag va nei trending topic nel momento in cui sono in tanti a usarlo e molto velocemente. E così, tanti pensieri diversi non vengono rappresentati su internet. Più noi osserviamo online a livello superficiale, più tendiamo a vedere macro-tendenze che però non è detto corrispondano con quello che la maggioranza della gente pensa. Questo perché la maggioranza non si esprime online: gran parte degli individui che hanno un account su Instagram o Facebook non posta nulla, ma guarda gli altri. Quindi, noi tendiamo a vedere forse solo la parte più radicalizzata della rete, nel bene e nel male. E gli haters siamo noi nel momento in cui cadiamo in questo tipo di gioco, nel momento in cui diventiamo vittime della polarizzazione, quando cioè ci esprimiamo per hashtag che siano a favore o contro l’immigrazione. Siamo noi nel momento in cui decidiamo di frequentare alcune pagine Facebook perché lì ci sono cose che ci piacciono e non ci interessa la varietà del mondo di fuori. È di educazione che bisogna parlare all’interno della rete, ma questo ha a che fare anche con qualcosa di molto umano, e cioè il meccanismo dell’omofilia, cioè di tendere a frequentare ambienti in cui vogliamo stare con persone con cui vogliamo stare. Il tema è: tu con chi andresti a fare aperitivo la sera? Lo stesso è dire: tu con chi vorresti parlare su Facebook? Il che non vuol dire che tutta la tua vita e tutta la tua informazione siano su Facebook, ma che quando ritagli momenti e spazi in essa, preferisci frequentare un certo tipo di zone e persone».

L’assenza di corporeità è sgravante rispetto alla percezione che gli haters hanno delle proprie azioni (ammesso e non concesso che essi siano consapevoli di esse)? La violenza online fa meno male?

«Se si parla di violenza, qualsiasi atto è violento rispetto a un soggetto, a un destinatario, a qualcuno che lo sente come una violenza. Ci si sente feriti fisicamente anche quando la violenza è verbale. Abbiamo bisogno di un’ecologia della parola online: bisogna pesare le nostre parole di rispetto, consapevoli che sono queste a colpire il corpo dell’altro. Non credo che quando si parla di haters si tratti solo dei “leoni da tastiera”, di persone che si nascondono dietro uno schermo. Credo che in parte l’assenza dei corpi c’entri con il modo che abbiamo di rapportarci. Fisicamente gli schermi tolgono parte della corporeità, e più si tolgono parti di corporeità, più la comunicazione può andare verso due estremi: uno è l’hating (alcune cose vengono drammatizzate e diventano discorsi molto violenti), l’altro è il dating (diventa molto più facile infatuarsi delle parole dell’altro, perché si toglie il corpo).
Il vero tema però è che i meccanismi di hating dipendono dal fatto che online non riusciamo a portarci dietro il contesto della comunicazione: non è così immediato che il testo produca un contesto. Se scrivo “ti ammazzerei”, non sento il peso di questa affermazione. Probabilmente non te lo direi mai di persona, ma online lo dico perché è come se fossero solo parole, o perché lo fanno anche altri. Molte volte l’hater si trova a essere tale perché non è pienamente consapevole del contesto nel quale si sta sta muovendo, delle conseguenze delle proprie parole sull’altro. Tra il dire e il fare c’è comunque una distanza, e internet ne alza semplicemente la tossicità. Un esempio sono i post “divertenti” che scherniscono un determinato soggetto, sono ma divertenti per chi? Con questi post si crea e si legittima un linguaggio tossico che diventa normale, per poter poi dire “vabbè dai, era solo un meme”. Internet è ambivalente: può funzionare per spiegarti delle cose in maniera positiva o negativa, e quando si condivide un meme si può sempre dire che è divertente, anche se lede la sensibilità di una certa persona delegittimandone il linguaggio. È nel linguaggio che si produce quella zona di tossicità che poi può legittimare determinati comportamenti sociali. In fondo, se tutti prendiamo in giro i migranti su internet, possiamo farlo anche se li vediamo su un autobus».

Perché chiamarli gli altri? Non è rischioso allontanare la possibilità di sentirsi chiamati in causa, di poter essere noi stessi quegli altri che screditiamo, in un contesto in cui i linguaggi d’odio sono sempre più normalità?

«Sì, è così. C’è sempre questa dimensione dell’immaginare l’altro da sé. Per come siamo fatti, io sono io e tu sei l’altro. Bisogna capire quanto crei distanza nell’altro il tuo costruirti l’altro, un altro differente da te, sulla cui differenza tu costruisci la tua identità: è lì che nasce il problema. L’altro è uno come te; il problema sta nel concepirlo come talmente tanto differente da te, da permetterti di identificarti solo in contrapposizione a lui. In quanto soggetto sociale, l’uomo diventa tale in differenza all’altro; tuttavia c’è da capire se questa differenza serva più per legittimarci o più per costruire l’altro come nemico, in senso positivo e negativo. Anche il concetto di hater è perciò reversibile: quando qualcuno è in dissenso con te puoi dargli dell’hater, indicandolo come nemico. A ciascuno di noi può capitare di essere dentro una faida virtuale (per esempio quella fra youtubers) ed essere ognuno l’hater dell’altro. I nostri corpi sono distinti e compenetrabili».

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