Fiorire da lunghi silenzi: intervista a Mariangela Gualtieri

Epica Festival inaugura il 2 giugno 2021 con il rito sonoro e la voce poetica di Mariangela Gualtieri, poetessa, scrittrice e fondatrice del Teatro Valdoca a Cesena insieme a Cesare Ronconi. Il suo Voce che apre – rito sonoro vuole innalzare un tempio di luce nel buio e costruire un viatico di parole consolanti per dar voce a questo tempo.

I tuoi riti sonori sono delle dimensioni poetiche e al contempo recitative improntate sulla caratteristica della ritualità orale. Mi sembra che abbiano a che fare con la ripresa di qualche elemento ignoto ed estremamente ancestrale. Quale è stata la loro origine?

«Sono nata prima come poeta che leggeva al microfono i versi di altri poeti e solo dopo qualche anno ho cominciato a scriverne di miei. Penso vi possa essere una lettura ispirata, una lettura che riscrive, che fa riaccadere il verso al presente, ricreando quella precipitazione di forze che di certo è avvenuta quando la mano del poeta ha scritto. Per questo dico che sono nata prima come poeta leggente. Ho cominciato scrivendo in teatro, mettendo lì versi per attrici e attori che li aspettavano. Dunque sentivo recitare i miei testi un attimo dopo averli scritti. Questo per dire che sono nata da subito dentro l’oralità, dentro l’incanto aurale, e il canale aurale è quello che porta il mondo dentro di noi a profondità ancestrali. Mi fa piacere che tu avverta qualche elemento ignoto, lo avverto anche io e non voglio indagarlo, preferisco sostare in questa ombra e respirarne l’enigma. Ciò che passa da bocca a orecchio, in presenza, contiene la meraviglia del farsi fecondare dalle parole. So che tutto è fiorito da lunghi silenzi, pause spalancate come abissi che Cesare Ronconi imponeva al mio dire, e dall’ascolto silenzioso degli attori nella penombra del loro lungo training. Dunque silenzio, lentezza, piccola comunità operosa in ascolto, ottima amplificazione del suono e tutto questo dentro un tempo senza tempo».

Nelle tue poesie spesso hai parlato di “trovare la sponda delle voci” e di una “voce che batte”. Il tuo spettacolo è la “voce che apre” l’intera rassegna: può essere interpretato come il tentativo di squarciare il silenzio o, al contrario, può rappresentare l’esigenza di doverlo ascoltare e di lasciare che ci comunichi qualcosa. La componente del silenzio è stata cardinale nel contesto teatrale in quest’ultimo anno, e ha sicuramente portato la necessità di rimodulare il linguaggio e il significato stesso del teatro: secondo te, di cosa è fatto il silenzio? E che ruolo ha avuto il silenzio, in questo contesto?

«Penso vi siano due silenzi. Il primo è quello in cui si accumula potenza – e la potenza ha molto a che vedere con l’espressione e non col potere. È il silenzio che sta al centro della parola poetica, dal quale la parola sgorga e di cui resta fortemente impregnata. Questo silenzio va difeso e perseguito, perché ora tutto pare congiurare contro la sua sopravvivenza. Il secondo silenzio va smantellato perché è mancanza di voci, poetiche, filosofiche, magistrali, e dunque segnala un generale ottenebramento, una stanchezza e indebolimento psichico. È il silenzio dei maestri che rimangono senza parole o, come in pandemia, il silenzio dell’impossibilità d’espressione, quando fisicamente non si può abitare la poiesis, cioè quel fare d’arte a largo spettro nel quale ci si feconda a vicenda».

La poesia e la recitazione, per alcuni versi, risultano essere operazioni opposte in quanto stimolano diverse parti della nostra mente. In che misura sono legate queste dimensioni tra di loro? In cosa si può scorgere un punto di congiunzione?

«È vero, anche io le sento come entità opposte e per questo parlo di rito sonoro e non di recita o reading. La recitazione mi pare chieda un esserci potenziato, mentre la poesia chiede una dimissione, una scomparsa. La poesia, per farsi orale, ha bisogno di un grande atto di fede, una fede nel niente, che poi è la stessa fede di chi ha scritto. Le parole bastano, non serve aggiungere altro – solo trovare la loro ritmica e melodia, cioè trovare in sostanza il giusto respiro e i giusti silenzi. Una cosa da nulla, un fare millimetrico, per il quale ci si prepara tutta la vita.
Il millimetro è una grandezza che in astronomia determina grandi sconvolgimenti. È una grandezza astronomica. Ciò che lega recitazione e poesia è secondo me l’impianto di amplificazione, cioè quella meravigliosa strumentazione che permette di parlare all’orecchio di ognuna delle tante persone che hai davanti, nello stesso momento, mentre sono vicine e insieme. E di farlo a un volume stratosferico, mantenendo l’intensità e l’intimità di una voce che appunto parla all’orecchio».

In alcune delle tue poesie ti riferisci alle parole in diversi modi: a volte sono assimilate a degli uccelli, talvolta a delle prede. In una poesia in particolare parli di “catturare le parole”: la poesia, cos’è? E, soprattutto, sei tu che vai a caccia delle parole, o sono loro a catturarti e ad avvolgerti?

«Qualcuno dice che per definire cosa è l’arte ci vuole audacia o ignoranza. Cosa sia la poesia non lo so, come dice Szymborska, non lo so più. Di certo, banalmente, è musica, è una forma di energia e la sua definizione resta e resterà sempre inesauribile. Nella mia esperienza ha tutta l’aria di essere un dono, un dono che non si lega al merito ma è nella totale gratuità. Tuttavia un dono che va accolto nell’attenzione plenaria e che va perseguito nello studio degli altri poeti e poete, e nella cura di ciò che potremmo chiamare l’attività estatica, quell’essere fuori dai propri sensi e in empatica intesa con l’altro da sé. Siamo animali estatici, e poeti e poete lo sono particolarmente. O forse essere talmente vivi e vigili dentro i propri sensi da saper poi cantare l’intensità di ciò che si è provato. O ancora, essere così a cuor leggero e svaporato da poter abitare una superficie non meno bella delle più vertiginose profondità. Le parole vanno attese, accolte e certo quando vieni catturata da loro è davvero una festa. Ma poi a forza di leggere e scrivere a volte si diviene esperti e si fanno anche buoni esercizi di poesia, senza farsi catturare ma anzi dominando la pagina. La bellezza sta forse in questa diversità di espressione che si trova dentro ogni voce, nella sorprendente possibilità di variazioni ispirative».

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