Che possa farsi primavera. Intervista a Roberto Latini

A quasi un anno dalla forzata lontananza dal palcoscenico, Roberto Latini – attore, autore e regista, fondatore della compagnia Fortebraccio Teatro – inaugurerà il 3 giugno Epica Festival a Bologna con Venere e Adone. Il mito ovidiano che ispira il lavoro di Latini si propone come un racconto delle metamorfosi che le nostre vite attraversano tra lo scontento dell’inverno e la forza vitale della primavera.

È inevitabile il parallelismo tra la peste del 1593 a Londra e la pandemia del covid-19 oggi. Come sei giunto al mito di Venere e Adone e come si colloca nel nostro presente?

«Quello di Venere e Adone è soltanto un argomento. Probabilmente ho avuto le stesse ragioni che ebbe Shakespeare nel 1593 per attualizzare questo mito, ognuno alla luce del proprio tempo. La trasformazione di Adone in un fiore ci riporta alle nostre vite oggi: usciamo dall’inverno del nostro scontento per farci primavera. Nel mito ovidiano il fiore si disfa della propria forma, sospinto dal vento, ed è questa immagine metamorfica a evocare il respiro, il soffio vitale. I petali, come parole, si diffondono ed Eros, come il vento, si fa cantore di una storia che sa di primavera».

Come può Amore, il centro del mito, essere “disarmato da un destino ineluttabile” contro ogni aspettativa di invincibilità?

«Nello spettacolo Amore ha un po’ di anni addosso, è vecchio e logoro, non è più quel puttino che vediamo nei dipinti. è tornato da una battaglia sfinito e consumato ma non è vinto, è soltanto molto provato, ed è armato come lo è Adone, pronto per la caccia. Amore è alla ricerca di un bacio come se non ne avesse mai abbastanza. Questa necessità di “un bacio ancora” è letteratura, è essere umani, e forse è ciò che ci mette in contatto con il divino».

Definisci questo spettacolo come un “prodotto non finito”. Cosa intendi?

«La parola chiave in questo lavoro è fluidità. È importante porsi nell’esercizio spirituale più che materiale, non limitarsi a fare della scena un dispositivo con un’apertura e una chiusura stabilite. Pur se nello spettacolo questi elementi sono mantenuti, quanto c’è prima e quanto ci sarà dopo risiede completamente in un mistero, in ciò che lo sguardo della platea restituirà al palco. È una possibilità rara quella di poter presentare al pubblico un percorso che, per il suo essere effimero e senza pretese di completezza, non ha nessuna capacità. Ho pensato che Venere e Adone dovesse essere breve come breve è la vita di quel fiore, la durata di quel bacio. Mi piace pensare che lo spettacolo sia disarmato da se stesso, che viva di una mancanza più che di una sostanza».

Riprendendo la dicotomia sostanza/mancanza sulla quale giochi nel sottotitolo dello spettacolo (“Siamo della stessa mancanza di cui son fatti i sogni”), che cos’è che non riusciamo a raggiungere nemmeno nei sogni?

«Dipende dalla sensibilità di ognuno. Trovo affascinante il non trattenere le cose, come la sensazione di aver sognato pur non ricordando nulla al risveglio. Lasciare andare richiede un addestramento ferocissimo e questa è anche una pratica propria del teatro. Nel momento in cui tratteniamo, dobbiamo essere consapevoli del cambiamento che mettiamo in atto. Accade anche con le persone».

Come mai la scelta di esibirsi con lo stesso spettacolo in due scenari così differenti come una biblioteca (Salaborsa a Bologna) e una villa (Villa Salina Malpighi a Castel Maggiore)?

«I luoghi sono fatti di persone, da soli non esistono, neppure con tutta la storia di cui vogliamo caricarli. Mi piace immaginare che le molteplici esibizioni saranno occasioni molto diverse tra loro, sia perché avverranno in luoghi differenti, sia perché sarà il pubblico stesso a cambiarle con il suo sguardo».

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